La crisi energetica innescata dal blocco dello Stretto di Hormuz continua a pesare sull’Europa, riaccendendo i timori di cittadini e imprese sulla tenuta degli approvvigionamenti. Proprio il 22 aprile, la Commissione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di misure con l’obiettivo di offrire un “sollievo immediato” di fronte al rincaro di gas e petrolio. Ma la questione va oltre la gestione dell’emergenza: impone una riflessione più ampia su strategie capaci di ridurre, nel lungo periodo, la vulnerabilità del continente agli shock esterni. In questo contesto si inserisce il report della Direzione Generale Energia, Clima e Ambiente di Palazzo Berlaymont, che fotografa lo stato della sicurezza energetica dell’UE, tra progressi compiuti e criticità ancora aperte.
Un primo elemento chiave dell’analisi è il mix energetico, ossia la combinazione delle fonti utilizzate per soddisfare il fabbisogno europeo. Secondo i dati più recenti disponibili (2024), l’UE resta fortemente dipendente dai combustibili fossili: petrolio e derivati rappresentano il 38% del totale, mentre il gas naturale si attesta intorno al 21%. Le rinnovabili occupano la terza posizione con il 20%, seguite dal nucleare (12%) e dai combustibili solidi – come carbone, legna e biomasse – al 10%. Nello stesso anno, l’Unione ha prodotto il 43% dell’energia consumata, importandone il restante 57%. Va però sottolineato che quasi la metà della produzione interna (48%) deriva da fonti rinnovabili.
Alla luce della crisi attuale, il report ribadisce come l’aumento del peso delle rinnovabili sia cruciale. Non solo perché più economiche e sostenibili, ma anche perché in grado di rafforzare la sicurezza energetica riducendo la dipendenza da importazioni costose. I dati del 2024 confermano questo squilibrio: l’UE mostra una forte capacità produttiva in ambito rinnovabile e nucleare (rispettivamente il 48% e il 28% della produzione domestica), mentre resta molto più debole su gas naturale (5%) e petrolio (3%).
Questa asimmetria si riflette direttamente sulla struttura delle importazioni, dominate dai combustibili fossili: nel 2024 petrolio e gas naturale hanno rappresentato rispettivamente il 67% e il 24% delle forniture energetiche acquistate da Paesi terzi. Molto più contenute le quote di combustibili solidi (4%), elettricità (3%) e rinnovabili (2%).
Di fronte a questo scenario, la DG Energia sottolinea che l’obiettivo di lungo periodo resta la prosecuzione della transizione green, per costruire un’Europa “più elettrificata, più pulita e più resiliente” agli shock geopolitici. Parallelamente, però, l’UE sta portando avanti alcune misure di breve termine, consapevole che gas e petrolio continueranno a essere centrali ancora per diversi anni. Tra queste, la diversificazione dei fornitori, il rafforzamento degli investimenti nel gas naturale liquefatto (GNL) e l’aumento delle scorte strategiche.
Proprio il tema degli stoccaggi si è rivelato decisivo con l’esplodere della crisi in Medio Oriente: dei 400 milioni di barili immessi sul mercato dai Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia l’11 marzo, circa il 20% proveniva dalle riserve accumulate dagli Stati europei. Attualmente, i Paesi UE sono tenuti a mantenere scorte di emergenza di petrolio pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette, mentre fino al 35% del gas consumato durante l’inverno proviene dai depositi.
Infine, il report evidenzia i progressi compiuti nel ridurre la dipendenza dalla Russia: la quota di gas russo sulle importazioni complessive dell’UE è scesa dal 45% nel 2021 al 12% nel 2025. Nello stesso anno, le principali fonti di approvvigionamento sono state la Norvegia (31%), gli Stati Uniti (26%), il Nord Africa (13%), mentre Azerbaigian e Qatar si sono attestati ciascuno intorno al 4%. In forte crescita anche il ruolo del GNL, passato dal 20% delle importazioni di gas nel 2021 al 45% nel 2025.